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Diario


5 giugno 2007

Il soggetto nell’esercizio della libertà

Da sempre l’essere umano ha l’idea che la sua esistenza sia determinata da forze esterne. Sin dalle prime testimonianze delle domande che i parlanti si fanno intorno alla loro esistenza in questo mondo e al loro destino, troviamo tracce dell’idea che, dalla nascita fino all’ultimo respiro, tutto sia già scritto nel libro della vita. Supporre che tutto sia già scritto comporta anche supporre dei responsabili dei destini già scritti.
Queste forze che sarebbero padrone dei nostri destini, la psicoanalisi le situa nell’inconscio come significanti padroni. Il soggetto si identifica a tali significanti padroni, che generano delle formazioni fantasmatiche che orientano le scelte del soggetto e determinano la sua esistenza senza che neppure lui lo sappia.
Lacan nel suo articolo Il mito individuale del nevrotico, facendo riferimento a Freud e alla sua elaborazione nel caso dell’Uomo dei topi, ricorda che, anche in quel caso, ciò che presiede alla nascita del soggetto e al suo destino, è la costellazione costituita dalle relazioni fondamentali che hanno strutturato l’unione dei genitori dell’Uomo dei topi. Tutto avviene come se ciò che non è risolto nella situazione di partenza si riproduce sempre da qualche parte.
Il mito individuale di ogni nevrotico, così come il romanzo familiare, permette di isolare ciò che viene costruito da un soggetto attorno al mistero della relazione di desiderio che lo ha generato.
Freud inventa così il complesso di Edipo come fattore di umanizzazione del desiderio. Lacan però con il seminario sull’etica della psicoanalisi, mette in rilievo il fatto che, al di là del desiderio dell’Altro, il soggetto tramite quella interrogazione entra nella zona in cui cerca il suo desiderio. La scelta del soggetto non è soltanto determinata dal desiderio dell’Altro, anche se il desiderio dell’Altro è indispensabile per desiderare.
La nevrosi è una struttura basato sulla decisa volontà a desiderare, al contrario della perversione che si manifesta come una decisa volontà a godere.
Per desiderare però occorre pagare un prezzo, quello di acconsentire ad essere spinto al di là della morte e di accettare di rischiare. L’essere-per-la morte è una figura indissociabile dall’esercizio della libertà, poiché mira a ciò che non è determinato dalla struttura.
Lacan mette quindi l’accento sul fatto che la struttura è sicuramente determinante, che le difficoltà nelle relazioni familiari, in quanto enunciano qualcosa del desiderio dell’Altro, incidono sull’esistenza del soggetto, ma il soggetto ha di fronte a sé una scelta possibile. Questa scelta possibile è un dire no a un destino strutturale, puntando sull’indecidibile della struttura, sul desiderio di sapere al di là degli elementi determinanti della struttura. Si tratta della posizione del soggetto in relazione a questo punto vuoto di significanti, vuoto di tratti cui ci si può identificare, a questo buco nel reale in cui viene a situarsi il godimento.
Lacan arriva così alla questione del desiderio e del suo valore analitico, purché sia dalla parte del soggetto inconscio, lasciando la domanda dalla parte dell’io, nel registro dell’alienazione.
L’esperienza analitica privilegia perciò la differenza soggettiva e non i beni o gli oggetti di consumo. In essa ciascun soggetto può identificare quella catena significante che lo precede e a cui fa difficoltà a sfuggire, e accorgersi che la propria storia non scrive tutto, non scrive obbligatoriamente il proprio destino. Se tutto fosse scritto non resterebbe che o rimuovere quel destino con il suo ritorno sintomatico, o assumerlo e identificarvisi, come fa Antigone nella tragedia di Sofocle. Ma esiste un’altra possibilità: il rifiuto di quel destino, scommettendo sulla morte che permette di cancellare anche i significanti dell’Altro, il che implica di non sentirsi più così legato ai desideri trasmessi dalla famiglia. Qui l’eredità diventa eredità di un vuoto, di un desiderio che non può essere enunciato, di un imperativo senza alcuna precisa prescrizione.
Ciascun soggetto ha necessità di riferirsi alla sua famiglia, al suo passato, ai dire e ai fatti grazie ai quali si è costituito come soggetto. Ha necessità, insomma, di riferirsi a un mito che dia forma discorsiva a qualche cosa che altrimenti non può trasmettersi. I miti permettono di parlare di quegli effetti di linguaggio che sono inaccessibili alla parola.
Però finché gli elementi determinanti dell’esistenza di un essere parlante, il suo godimento, restano sul versante dell’Altro, - che si tratti della famiglia, di una idea di autorità assoluta, o dell’inconscio -, non ci saranno implicazioni soggettive. I detti dell’Altro, dopo un’analisi, restano, però sono relativizzati.

C’è infatti una responsabilità del soggetto nei suoi atti, che non ha niente a che fare con la colpa, ma riguarda una decisione dell’essere e una posizione assunta di fronte al proprio godimento.




permalink | inviato da il 5/6/2007 alle 17:52 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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